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NOMEN OMEN

Capitolo 3
Questa storia che nel nome c’è un presagio e che in qualche modo sta spiegato già lì, per filo e per segno, il nostro destino, Giulia a quei tempi, ai tempi dei fotoromanzi sul balconcino, non l’aveva proprio considerata. 
Non ci aveva proprio pensato che il suo nome era lo stesso della sfortunata protagonista di Verona che l’inglese più intelligente di tutti i tempi aveva reso immortale.
Anche perché, per lei, “Giulietta” era solo la maleodorante 1300 a benzina del padre, che sentendosi ladro, si era fatto la macchina in dotazione alla polizia, così, per assopire i sensi di colpa.
In effetti, il lavoro ufficiale del ragionier Persichini, era il ragioniere.
Ma quando ragioni troppo, su come non pagare le tasse o sul far avere qualche licenza in modo poco trasparente o ancora qualche permesso per costruire dove non sarebbe permesso, in fondo, un po’ ladro dentro ti ci senti.
Ma cosa non si fa per i figli.
Alberto, sarebbe di certo andato all’università. Tutti nove al liceo. Tutto suo padre.
Giulia, invece, era il suo tormento. Tale e quale alla madre. Capra a scuola e svogliata a casa.
La sua principale occupazione era quella di aspettare.
E d’estate aspettava sul balconcino che dava sopra l’officina, perché lì c’era l’ombra ed un venticello stuzzicarello. Manco il destino piovesse dall’alto.
In effetti per Giulia, il destino piovve dal basso.


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