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La rosa che farà arrossire la tua ragazza, è la stessa che poserai sulla tomba del tuo maestro di latino?”

“Francesco, dimmi la prima declinazione.”

Chiedeva lo precettore, un tipo smilzo e ricurvo, forse per lo tanto studiare sulli pesanti libri, o per lo tanto spiare dalla serratura le serve quando si cangiavano le mutande.

“Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa.

Insomma Maestro, una rosa è sempre una rosa.”

“Eh no, Francesco. Guarda bene le cose del mondo.

La rosa cambia il nome a seconda della situazione.

Come quegli animali che se mimetizzano e cangiano colore.

Hai visto quelle foglie, verdi e forti in primavera, diventare poi gialle e morenti d’autunno?

O quel ruscello timido di montagna, che poi si trasforma in un fiume potente e silenzioso, prima di raggiungere il mare?

Una rosa non è sempre una rosa.

La rosa che farà arrossire la tua ragazza, è la stessa che poserai sulla tomba del tuo maestro di latino?”

“Oh no maestro. Spero che nessuna tomba sia la tua casa.”

“Lo latino ci dice questo.

Lo nome cambia perché la rosa cambia.

Li maestri latini questo vedevano, che oggi noi a fatica scorgiamo.

Lo nome non descrive solo l’oggetto, la rosa per lo esempio, ma la relazione.

La rosa che dai alla tua donzella scommetti che è più rossa e più bella di quella che offri a me?

Lo latino ci dice che siamo una storia, che cambiamo, ci modifichiamo. Est chiaro, Francesco?”

“Oh, magister, per essere chiaro lo è.

Ma io sono cuntento de come io sono.

La mia strada è già tracciata.

Lo padre mio mercante mi vuole, come lui.

Et io bravo come lui voglio diventare.

Ora ho quattordici anni, ma questo penso, e credo che non lo cambierò mai questo mio pensiero. Mai.”

Il precettore sorrise e gli regalò un detto latino.

“Alis volat propriis. Si vola con le proprie ali, Francesco.”


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