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“Francesco mio, che fai, parli con l’ape?”

Parlare, parlava.

Che bella la sua voce.

Quanta gentilezza in quel timbro.

Parlava come una struggente melodia.

Ma con chi? Un amico immaginario?

Cacchio, non vedeva nessuno.

Cacchio, era meglio se non avesse visto nessuno.

Stava parlando con un’ape.

Ora la teneva sulla punta delle dita.

Le sussurrava parole dolci, come quando lui si esprimeva con le francesine de Provenza.

Ma cosa le stava dicendo?

Francesco si rivolse all’ape con delicatezza: “Ti manda lo padre mio?”

Pietro di certo non avrebbe potuto fare l’investigatore privato nella vita.

Sbottò.

Si mise a gridare come un ossesso, in barba allo segreto che voleva tenere.

Uscì allo scoperto e cominciò a sbraitare.

“Francescoo, io non ti ho mandato nulla. Io lavoro, io.

E casomai t’avrei mandato ’na zoccola, per farti rinsavire. Ma che sei scemo? Parli ad un’ape?”

Lo giovane sgranò gli occhi, colto più dalla sorpresa che dalla paura.

“Padre.”

Pietro si avvicinò, e per poco dava una testata al ramo di un melo.

“Francesco.”

Il tono adesso si era fatto improvvisamente più mite, anche se parlava come uno che ha appena fatto una corsa.

Aveva sbollito la rabbia, non la delusione.

“Francesco mio, che fai, parli con l’ape?”

“Oh no padre, era lei che mi raccontava delle cose.”

Pietro lo osservò come si guarda un bambino.

Poi raccolse tutta la tenerezza che poteva e gli chiese:

“Ti capita spesso di sentire parlare le api?”

“No padre, le api non tanto spesso. Ma gli uccelli del cielo si, tutti i giorni vengono a trovarmi. E poi le piante dell’orto, mi raccontano un sacco di cose.”

“Anche le – esitò un attimo – anche le cipolle?”

“Ma ci parli anche tu con le cipolle, padre? Oh si, sono le più divertenti.”

“Si in un certo senso, per lo cesso, lo sono.” Pensò Pietro.

(Foto di Schwoaze)


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