Le parole gentili del pesce rosso

Le parole gentili del pesce rosso

Alessandro No Comment
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“Portami un caffè.” Le aveva detto la voce roca distesa sul letto.

Come un soldato silenzioso lei si era alzata. Dopo aver abbracciato la vestaglia di sempre, con minuziosa devozione, aveva preparato il caffè di ogni mattina, sputato nella tazza, versato il liquido bollente.

Lo aveva posato sul comodino, lì vicino alle medicine.

La mano le accarezzava il sedere, non come se fosse un grazie, ma come una curvilinea definizione di una sua proprietà.

Il pesce rosso osservava la scena dalla bolla d’acqua che Dio gli aveva dato come confine della sua esistenza.

Da qui guardava un mondo, che spesso non comprendeva.

Come quella volta che Asha aveva fatto un caffè ad una sua cara amica della Somalia, ed invece di sputarci dentro come al solito, ci aveva messo un generoso cucchiaio di zucchero.

Il vaso con l’esserino arancione stava sul tavolo della sala con la porta a vetri aperta, che sembrava un sipario spalancato sul teatro della camera da letto.

Da lì proveniva l’eco di mugugni e respiri affannosi, che la vestaglia per terra ai piedi del letto raccoglieva, mentre i corpi nudi nella casa vuota si aggrovigliavano, come se cercassero l’uscita dal mondo.

“Tu sei mia, sei mia.”

Diceva quello che sembrava il proprietario di qualcosa.

Un gemito segnava la resa.

Lui sembrava il vincitore.

Lei aveva gli occhi come quei pesci che dopo aver combattuto si consegnano alla rete.

Le mani dei pescatori li prendono senza amore. Depongono ordinatamente nella cassetta i corpi vinti, li cospargono di ghiaccio, li chiudono in cella, come strisce argentate e immobili.

E lei si sentiva così.

Un corpo vinto.

Viveva la resa dell’anima, nell’attesa di un mare che non l’avrebbe più accolta, col ghiaccio sugli occhi.

Si sentiva come quando abbracci un corpo senza un Dio dentro.

“Adesso me ne vado.” Aveva detto l’uomo nudo entrando in bagno.

Questo le aveva dato un po’ di sollievo.

“Per scoparti mi fai iniziare il turno in ritardo.”

Aveva sbraitato Pietro con parole acide, mentre si vestiva. Come se le avesse concesso un regalo.

Se ne andò sbattendo la porta che sembrava un astronauta incazzato, che stavano ritardando il lancio su Marte perché lui ancora non arrivava.

Invece andava a fare il turno di pomeriggio.

Arrivato alla stazione dei taxi si mise in coda alle altre auto.

“Fai sempre tardi.” Gli disse Giacomo, il collega di Giove 24.

“No, è che quella zoccola mi tira sempre l’uccello.”

“La negra?”

“La negra.”

 

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