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Francesco non ha più paura

Alessandro No Comments

Le chiappe fumanti di Pietro di Bernardone dondolavano stancamente sullo bianco destriero.

Il deretano dello padrone, e la dolente groppa dello cavallo, non chiedevano altro che di arrivare finalmente a destinazione, di giungere all’amata Assisi.

Dopo si tanto longo viaggio dalla Francia, l’animale di sotto s’era stufato, perché Pietro, l’animale de sopra, al sentir l’aria di casa, sparava sbuffetti puzzolenti dallo didietro, così come colpi di cannone a salve, che sembravano un saluto alla terra natìa.

Quando l’uomo non riesce a parlare con la coscienza sua, spesso ci riesce con gli animali.

Così faceva pure Pietro, che se rivolgeva al cavallo, come allo migliore delli amici suoi, se avesse avuto altri amici per fare lo confronto.

“Demetrio – disse quel giorno allo quadrupede – torno a casa, e sarò di nuovo padre.

Pensa che bello, quando nascerà lo maschio mio.

In onore alla Francia, la terra che mi dà da vivere coi tessuti suoi preziosi, lo chiamerò Francesco, l’ometto de casa Bernardone.”

Pietro infatti, faceva lo commercio delle stoffe. E oltre l’Alpi ce ne erano di bellissime, nei colori e nelle finiture.

Erano tessuti di gran pregio, soffici come le tette delle francesine, unico diletto che se concedeva quand’era lontano dalla moglie sua, per far passare la melanconia che a volte l’avvolgeva.

Ma sempre un padre de familia era, e dunque provvedeva allo benessere dei suoi, perché due cose l’aveva imparate viaggiando e commerciando.

In primis che se la panza sta piena, la testa sta serena.

In secundis che nessuno l’ha mai capito qual è lo disegno dello mondo, ma una cosa è certa assai: meno soffri, meglio è.

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Il sorriso di Dio

Alessandro No Comments

Si sa, nessuno nasce imparato.

Così anche Gesù dovette fare un po’ di pratica, prima che i miracoli gli riuscissero bene.

Provò con un cieco.

Questi arrivò: “Rabbì, rabbì. Ridammi la vista.”

Gesù prese del fango, e siccome tanto il cieco non lo poteva vedere, ci sputò sopra. Mise il fango impastato con lo sputacchio sugli occhi del poveretto e gli chiese: “Ora ci vedi?”

“Maestro, meno di prima. Però ci sento meglio.”

“Ma perché eri pure sordo?” Chiese Gesù.

“Un poco, da un orecchio.”

“Va bene ora vai. Si vede che hai poca fede.”

Pietro provò a consolare Gesù.

“Non ti abbattere. Mia suocera sta male. Esercitati con lei.

Se sbagli, non ti preoccupare, che mi fai pure un favore.”

E così fece.

Andarono dalla suocera di Pietro che aveva la febbre altissima.

Gesù disse: “Febbre, vai via.” E la febbre sparì.

“Bravo Gesù – disse Pietro – Certo che impari presto.”

Non si capiva se Pietro fosse veramente felice di questo.

La suocera si alzò dal letto e preparò un piatto di lasagne, buono, ma così buono, ma talmente buono, che Gesù ormai sazio, esclamò: “Ma questo è un vero miracolo.”

Ben presto si sparse la voce.

Arrivarono storpi che volevano camminare, ciechi che volevano vedere, sordi che volevano udire.

Ma stranamente, non arrivarono più suocere da guarire.

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Ho sposato una scarpa

Alessandro No Comments

Dio stavolta era arrabbiato veramente.

Non è per il fatto della mela in sé – andava ripetendo mentre camminava su e giù nel giardino dell’Eden – anche se era quella col bollino. La cosa che mi secca è che non mi hanno obbedito. Come a dire: Tu mi crei, io ti frego!

Ma stavolta devo trovare una punizione che se la ricorderanno per sempre!”

Convocati per le dieci in punto, Adamo ed Eva si presentarono al Signore. Arrivarono puntuali, perché a quei tempi si andava in giro nudi e non si diceva: cosa mi metto oggi?

Il Signore era un po’ nervosetto.

Tu Adamo, lavorerai con sudore!”

Nel mio ufficio hanno messo l’aria condizionata!” rispose insolente Adamo.

Allora tu donna, partorirai con dolore!” rilanciò Dio.

Ma se al San Camillo adesso ti fanno la puntura epidurale e con l’anestesia non senti niente!”

Stavolta è troppo! Via dal paradiso terrestre, non fatevi più vedere!”

Poi gli balenò tutto ad un tratto un’idea degna del suo avversario di sempre. Diciamolo pure, un colpo basso.

Visto che sono Dio e dunque mi posso ordinare prete da solo – a questo punto fece una pausa come per prendere fiato o per dare enfasi a quello che stava per dire – vi dichiaro marito e moglie!”

Adamo ed Eva trasecolarono sbigottiti. Ma Dio ormai si era scatenato e non lo fermava più nessuno.

Vi unisco in matrimonio, finché morte non vi separi! E adesso fuori dalle scatole!”

Si ma l’anello?” incalzò Eva. “Quale anello?” chiese Dio.

Un matrimonio non è un matrimonio senza le fedi!” ribatté la donna, che mostrava un caratterino che ancora oggi non si è estinto. Il Signore allora scavò nel terreno morbido e fertile del giardino dell’Eden e prese due lombrichi, li annodò fino a farne due anelli. Poi disse “Infilateveli voi che a me ‘sti vermi mi fanno ribrezzo” I due così fecero e si allontanarono a piedi, senza neanche aver noleggiato un’auto.

E pensare che un amico mio ha la Mercedes station wagon ultimo modello” ripeteva scorato Adamo.

Ma perché station wagon?” incuriosita Eva.

Fino al venerdì ci fa i funerali, poi ci leva la croce sopra e stacca l’adesivo Agenzia Mortazzi dagli sportelli, ci piazza il sedile di dietro e sabato e domenica ci fa i matrimoni insieme al suo amico cinese Huan Suhoi e ci mette l’adesivo per le feste Noleggio auto per cerimonie Mortazzi – Suhoi”.

Eva non ebbe una buona impressione per questa uscita di Adamo, ma tenne la cosa per sé.

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Le parole gentili del pesce rosso

Alessandro No Comments

“Portami un caffè.” Le aveva detto la voce roca distesa sul letto.

Come un soldato silenzioso lei si era alzata. Dopo aver abbracciato la vestaglia di sempre, con minuziosa devozione, aveva preparato il caffè di ogni mattina, sputato nella tazza, versato il liquido bollente.

Lo aveva posato sul comodino, lì vicino alle medicine.

La mano le accarezzava il sedere, non come se fosse un grazie, ma come una curvilinea definizione di una sua proprietà.

Il pesce rosso osservava la scena dalla bolla d’acqua che Dio gli aveva dato come confine della sua esistenza.

Da qui guardava un mondo, che spesso non comprendeva.

Come quella volta che Asha aveva fatto un caffè ad una sua cara amica della Somalia, ed invece di sputarci dentro come al solito, ci aveva messo un generoso cucchiaio di zucchero.

Il vaso con l’esserino arancione stava sul tavolo della sala con la porta a vetri aperta, che sembrava un sipario spalancato sul teatro della camera da letto.

Da lì proveniva l’eco di mugugni e respiri affannosi, che la vestaglia per terra ai piedi del letto raccoglieva, mentre i corpi nudi nella casa vuota si aggrovigliavano, come se cercassero l’uscita dal mondo.

“Tu sei mia, sei mia.”

Diceva quello che sembrava il proprietario di qualcosa.

Un gemito segnava la resa.

Lui sembrava il vincitore.

Lei aveva gli occhi come quei pesci che dopo aver combattuto si consegnano alla rete.

Le mani dei pescatori li prendono senza amore. Depongono ordinatamente nella cassetta i corpi vinti, li cospargono di ghiaccio, li chiudono in cella, come strisce argentate e immobili.

E lei si sentiva così.

Un corpo vinto.

Viveva la resa dell’anima, nell’attesa di un mare che non l’avrebbe più accolta, col ghiaccio sugli occhi.

Si sentiva come quando abbracci un corpo senza un Dio dentro.

“Adesso me ne vado.” Aveva detto l’uomo nudo entrando in bagno.

Questo le aveva dato un po’ di sollievo.

“Per scoparti mi fai iniziare il turno in ritardo.”

Aveva sbraitato Pietro con parole acide, mentre si vestiva. Come se le avesse concesso un regalo.

Se ne andò sbattendo la porta che sembrava un astronauta incazzato, che stavano ritardando il lancio su Marte perché lui ancora non arrivava.

Invece andava a fare il turno di pomeriggio.

Arrivato alla stazione dei taxi si mise in coda alle altre auto.

“Fai sempre tardi.” Gli disse Giacomo, il collega di Giove 24.

“No, è che quella zoccola mi tira sempre l’uccello.”

“La negra?”

“La negra.”

 

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