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E disse la parola magica. “Pecché?”

Veramente lo bottino fu molto misero ed il lupo magrolino in vero, non rimase affatto contento, neanche dello yogurt, magro esso pure, allo 0,1 per cento.

“Altro che nello Ducato di Spoleto, tu dovevi nascere in Sicilia.” Gli disse la bestia.

“E perché?” Chiese Francesco.

“Noo. No perché. Devi dire pecché?”

“E perché devo dire pecché?”

“Semplice, per parlare siculo.” Spiegò il lupo.

“Il siculo è la lingua della Siculia?”

“Della Sicilia, Francesco, della Sicilia.”

“Ma, pecché, che posto è la Sicilia?”

“Un posto meraviglioso. Gialli limoni, pendono da piccoli alberi verdissimi. Il sole è caldo e la gente cammina lentamente. E soprattutto, quando mandi qualcuno a bussare alla porta, da lenta che era, diventa solerte e veloce a prepararti un bel cesto di fichi d’india. E sai che ti dicono? Baciamo le mani, baciamo le mani e saluti a don Mimì.”

“Ah, così si fa?”

“Certo, quelli sono del sud, gente istruita.” Specificò il lupo, che evidentemente era andato per il mondo ed una certa esperienza se l’era fatta.

“Ora vai Francesco, fatti un altro giro.”

Stavolta Francesco andò più deciso.

Toc, toc.

“Chi è?”

“Sono il lupo neroo. Grigio nella versione base, nero con l’optional.”

“Tetto nero?”

“Tutto nero.”

“Che vuoi lupo? Qui non abbiamo niente da mangiare. Anzi se mangi uno di noi, ci fai un favore, così abbiamo una bocca in meno da sfamare.” Disse la voce dell’uomo che sembrava depresso come un cipresso.

Francesco si stava per impietosire. Se avesse avuto anche solo uno spicchio di cipolla, gliela avrebbe data. Ma si ricordò della lezione del lupo.

Pecché non mi date nulla? Lo devo dire al lupo? O poco poco devo avvisare don Mimì?”

“Don Mimì? Oh no, aspetta.”

Si aprì la porta con una bella zuppa di fagioli e lenticchie, con abbondante cipolla, altro che spicchio, a far loro compagnia. Che profumino.

Francesco era emozionato: “Grazie.”

“Grazie?” Fece quello alla porta. “Ma non ti manda don Mimì?”

Francesco non sapeva che rispondere.

L’uomo sull’uscio lo fissava, ed ora sembrava un cipresso sospinto dal vento verso di lui.

E qui Francesco fece un capolavoro.

Lo guardò dritto in faccia e gli si avvicino fin quasi a toccarlo, viso a viso.

E disse la parola magica. “Pecché?”

Il poveretto sgranò gli occhi. “Baciamo le mani a don Mimì.”

Francesco non ne aveva capito il motivo, ma aveva funzionato.

(Foto di Gabriele Lässer)


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